CartoStorie N.5 – L’Antichissima Storia dell’inchiostro

Buongiorno Cartonauti!

Per la nostra rubrica CartoStorie N.5 vi racconteremo l’antichissima storia dell’inchiostro:

L’inchiostro ha origini antichissime e da millenni è il supporto fondamentale ed insostituibile della scrittura e del pensiero. Era nominato dai romani “Atramentum” e poi dai latini “Encaustum” e “Melanion”. Conoscendolo meglio capiremo che la sua formulazione non è così semplice come si potrebbe pensare. Già allora si doveva tener conto di molti fattori condizionanti. Le miscele, se mal preparate potevano cancellarsi, spandere, essere sensibili alla luce, all’umidità, provocare muffe, cambiare colore e infine provocare anche gravi e irrimediabili danni di corrosione ai supporti utilizzati (carte, pergamene, ecc…) e questo poteva avvenire subito dopo l’essiccazione oppure in un tempo più o meno lontano, a seconda delle reazioni chimiche indotte.
In antichi testi vi è trattata l’arte di fabbricare inchiostri e vediamo come le più comuni misture fossero vegetali, in particolare due furono piuttosto famose: l’estratto di campeggio (albero con tronco e corteccia bruno grigio) dal cui legno color rosso scuro, si estraeva un colorante rosso e l’estratto a base di carbone vegetale (da qui il detto nero come l’inchiostro e nero come il carbone) di colorazione nera.

Altre miscele prevedevano l’utilizzo anche di fuliggine, nerofumo, vari tipi di carbone ed addizionati a gomma arabica, acqua, vino, aceto ed…urina! (ma l’urina è un classico ingrediente, per fortuna abbandonato….Anche nelle prime polveri da sparo, e in certi medicamenti miracolosi venduti dai ciarlatani, venivano utilizzate urine umane e di animali di vario tipo, magnificandone i risultati…).

Queste formule ora possono apparire strampalate, ma tutto aveva una sua logica: se il carbone da il colore all’inchiostro, la gomma arabica che ha potere emulsionante, da viscosità al fluido, mantiene le particelle di carbone in sospensione e infine, per favorire la migliore adesione al documento, fluidità nonché stabilità, si usavano gli altri componenti descritti, nelle più varie miscelazioni (alcune formule prevedono ancora l’utilizzo di tali componenti).

Alla fine della lavorazione (al di là di quanto si pensi), si otteneva un inchiostro particolarmente stabile nel tempo e il documento non scoloriva alla luce, inoltre era inerte, ovvero non presentava sostanze dannose per il supporto usato (carte, pergamene, ecc…).

Tuttavia almeno un lato negativo vi era in questi inchiostri detti al nerofumo. La loro sensibilità all’umidità. Infatti in presenza di umidità, l’inchiostro tendeva ad espandersi, addirittura a cancellarsi. Era questa una grave minaccia per l’opera dello scrittore che voleva lasciare invece una traccia ben leggibile (anche se a dire il vero, qualcuno sfruttava tale caratteristica per risparmiare sui costi di carta e pergamena, che erano molto alti).

Ma la preoccupazione di rendere sicura e duratura l’opera di pazienti amanuensi e di consentire poi la diffusione dei testi indelebili, spinse a trovare la soluzione definitiva del problema. Il suo nome è: solfato ferroso. Una aggiunta (piccola) di tale solfato all’inchiostro nerofumo, produceva vari ossidi di ferro che penetravano nelle fibre della carta (o altri supporti) e lasciavano tracce indelebili.

Successivamente al 1100 viene ulteriormente perfezionato e si ottenne l’inchiostro ferro-gallico (ricavato dalle noci di galla in soluzione coi sali di ferro). Una sua variante prevedeva la soluzione anche con solfato di ferro e vetriolo (acido solforico diluito). Con la continua sperimentazione “sul campo” (è il caso di dirlo), furono ricavate innumerevoli misture vegetali che venivano sciolte in vino, birra, aceto, miele (melanion) con aggiunta di gomma arabica. Il loro dosaggio era mantenuto rigorosamente segreto (chi sapeva scrivere deteneva il potere…) e specialmente nelle abbazie, i monaci sperimentavano intrugli più vari aggiungendo erbe, terre e sostanze varie, tutte segrete e tutte volte ad ottenere risultati duraturi e migliori nel tempo (nonché la supremazia tecnologica). Il gioco non era così facile: bastava infatti eccedere con contenuti metallici (solfati) o aumentare l’acidità del composto che in un tempo più o meno breve, si aveva l’irrimediabile e definitiva corrosione della carta o della pergamena, con la perdita di tutto il lavoro che invece si voleva tramandare ai posteri!

Di miscela in miscela, pur essendo conosciuto come dannoso per il materiale librario, l’inchiostro metallogallico o gallotannico (che in parte era conosciuto anche dagli Egizi che lo usavano discontinuamente) si afferma sugli altri, col nome di “encaustum”. Questa miscela, vincente per i tempi, è una combinazione di solfato ferroso, sostanze tannanti, ovvero tannino e acido gallico (sostanze estratte dalle noci di galla, escrescenze che si formano su alcuni tipi di querce), un legante (gomma arabica o miele) e un solvente (acqua, a volte vino o aceto). Questo inchiostro aveva molte caratteristiche positive che lo premiavano: era stabile alla luce, indelebile e infine assai resistente all’umidità.

Sono queste caratteristiche che lo fanno affermare, anche se oggi vediamo che molti scritti antichi sono divenuti color marrone (non più neri brillanti come in origine) per la trasformazione chimica subita dai composti ferrici (ossidazione). E gli inchiostri a colori? Anche qui i monaci compiono miracoli (è il caso di dirlo). Quelle bellissime iniziali tracciate in rosso negli incipit di molti antichi manoscritti, devono il loro colore brillante ad un legno di un albero particolare, detto legno del Brasile. Questo legno veniva importato dalle Indie in epoca medioevale e fu scoperto dai Portoghesi nella parte centrale del Sud America. Trovato il legno, furono scoperte certe sue proprietà.

Il legno polverizzato veniva lasciato per molti giorni a bagno nell’aceto o nell’urina (!) e poi mescolato con gomma arabica e si otteneva un bell’inchiostro rosso fuoco. Un altro tipo di inchiostro rosso era fabbricato con cocciniglia macinata con lacca. Questi tipi di inchiostro, pur belli, tendevano però col tempo e con l’esposizione alla luce, a sbiadire. Dalle foglie di un’altra pianta, l’indigofera tinctoria, veniva estratto l’indaco, pigmento di base per gli inchiostri blu. Solo alla fine del 1600 venne scoperto un pigmento di origine minerale che sostituì pian piano l’indaco, fino ad affermarsi completamente dopo il 1800. Era il colore blu di Prussia che ancora esiste e resiste (seppur con formule diverse).

Come abbiamo visto, fantasia ed arte si sono sbizzarrite nei secoli, creando altri inchiostri rossi a base di minio (ossido salino di piombo di color rosso), usato anche per la fabbricazione dei vetri al piombo e di smalti (ricordiamo i bellissimi vetri colorati di certe chiese e i loro dipinti) e di cinabro (solfuro di mercurio color rosso vermiglio). Saranno soprattutto questi inchiostri a fissare per sempre, lo splendore gotico dei titoli, delle lettere iniziali e degli incipit che fregiano i codici miniati e gli antichi libri degli amanuensi.

Con l’allegria dei colori dell’arcobaleno, si inventarono poi inchiostri verdi, gialli, azzurri, magari da mescolare ai neri e ai rossi, per un tripudio di colori. Questi inchiostri scriveranno la storia e rappresenteranno i materiali di una grande tradizione di tipi di scrittura: l’onciale, la carolina, la gotica, e poi la rinascimentale.

Generazioni di monaci pazienti trasformavano con opere di vero cesello, gli scritti con questi inchiostri, in pura arte scrittoria e trasmettevano ai posteri la cultura, miniando codici, libri e testi. Noi, estasiati, possiamo solo ammirare tali capolavori. Per i manoscritti più lussuosi e pregiati, venivano usati inchiostri d’oro e anche d’argento (quest’ultimo un po’ meno per la sua caratteristica di scurire, come il metallo d’origine). Quello d’oro mantiene tutt’ora e nei secoli il suo splendore e la sua lucentezza, dopo un accurato trattamento in origine della pergamena, affinchè non degradi col tempo. Nel XVIII secolo, con l’avvento dei pennini metallici, gli inchiostri divennero più sofisticati e funzionali, allo scopo di evitare effetti corrosivi anche sulle penne d’oca e sui pennini stessi. Alcuni industriali produssero così, inchiostri all’anilina.

Fu però nella metà dell’800 che tali inchiostri si diffusero grandemente diminuendo la corrosività, seppur a prezzo di una maggior tossicità dei composti. Ma erano inchiostri scorrevoli non spandevano, asciugavano velocemente, erano assai stabili e non corrosivi nel tempo. I lati positivi prevalevano e di molto sui negativi…

Nei primi del novecento fu usato anche l’acido fenico, che però corrodeva i pennini d’acciaio e pertanto gli stessi dovevano essere ricoperti con altro materiale resistente (tipica la placcatura d’oro).

Infine dobbiamo ricordare quello che forse fu il migliore di tutti gli inchiostri, anche se in occidente pochissimo usato: l’inchiostro cinese. Laboriosissima la sua composizione: grasso di bue, pesci vari, corna di animali e prodotti della combustione, ovvero legno, carbone, resine di pino e olio di sesamo, tutti polverizzati e mescolati col mortaio, molto accuratamente. Il famoso inchiostro di Li Tinggui ha il sapore della leggenda che attraversa i tempi.

Assieme ai vari materiali elencati, con antica sapienza e manualità che mutuava diverso rapporto col tempo come noi lo intendiamo, venivano mescolate anche perle, oro, giada, tutto pestato a mano nel mortaio diecimila volte e con antichi riti propiziatori. Tutto era fatto a favore dell’arte suprema della scrittura, della cultura di un popolo di tradizioni antichissime che sopravvivevano così all’oblio del tempo e si tramandavano. I bastoncini ottenuti con tali miscele, venivano poi sciolti in acqua di fonte, sulla pietra da inchiostro fino ad ottenere un impasto molto fine (ricordiamo che i cinesi scrivevano coi pennelli, non con i pennini).

Inventati così gli inchiostri, occorreva inventare qualcosa che li contenesse, onde poter, in seguito, anche portare con sé il prezioso strumento della scrittura in ogni spostamento o viaggio.

All’inizio furono semplici gusci e conchiglie, poi corna di animali, tazze metalliche e prima di arrivare al vero calamaio, passò del tempo. Ma arrivò, soprattutto col vetro. Dapprima con vari tentativi onde accrescere sicurezza e stabilità di appoggio durante la scrittura (occorreva intingervi la penna). Poi fu pubblicizzato pesantemente per accrescerne diffusione ed uso: elegante bottiglia ottagonale, elegante flacone rotondo, tamburello quadro, cristallo di Boemia, ecc…

Non meno affascinanti e suggestivi i nomi degli inchiostri contenuti: nero intenso da cancelleria, l’encre nouvelle, il modernissimo, l’universale, il classico fisso, l’antracene giapponese, l’indamino verde, il nero magico, il blu di prussia originale, ecc… con l’aggiunta di attributi forse un po’ retorici (ma allora era così) e con abbondanti superlativi: qualità perfettissima, scorrevolissimo, di un bellissimo nero inalterabile, assolutamente eccellente e via così….

E si diffusero anche (finalmente) i calamai portatili, piccoli astucci e addirittura scrittoi portatili di cuoio e metallo che si attaccavano alla cintura e che, oltre al cornetto dell’inchiostro, erano completi di penne, pennini, raschietti, sigilli, ceralacca e carta. Vi erano poi calamai da viaggio garantiti stagni e con chiusura di sicurezza che permettevano il trasporto dell’inchiostro contenuto, senza alcuna perdita. Il loro trionfo, come quello delle loro più varie forme e materiali, anche preziosi, con cui erano realizzati, avvenne nel XIX secolo e tutto procedette al meglio, fino al giorno in cui qualcuno disse: “E’ più sensato mettere l’inchiostro nella penna che la penna nell’inchiostro!” Da questa apparentemente banale conclusione, nasce l’idea della stilografica e nasce la sua storia avventurosa, non meno avvincente di quella dell’inchiostro. Ve la raccontiamo nella pubblicazione “Le stilografiche”, disponibile in altra pagina del sito.

Per concludere questa esposizione, qui di seguito diamo 10 formule chimiche e alcuni consigli per fabbricare inchiostri antichi e moderni.
Chi volesse dilettarsi nel creare fluidi personalizzati e “misteriosi”, è così servito! Buon lavoro.

FORMULE PER INCHIOSTRI

1) Inchiostro di color nero

In 250 parti di acqua sciogliere: tannino 14 parti, acido pirogallico 3,5, carminio d’indaco 6, in altre 250 parti di acqua sciogliere 30 parti di solfato ferroso mescolare le due soluzioni, agitare, filtrare e aggiungere:
soluzione di gomma arabica diluita al 30% – parti 60, acido formico p. 0,1

2) Inchiostro di colore blu

Blu di metilene 10 p., Alcol a 92° -20, Allume 5, Glicol etilenico 40, Acqua distillata 940

3) Inchiostri gallotannici (blu/neri)

acido gallico 100, solfato ferroso 150, acido acetico glaciale 10 – (oppure acido tartarico 10) – blu solubile 35, acqua distillata 10

4) variante dello stesso

acido tannico 75, acido gallico 25, acqua distillata 793, acido solforico 7, solfato di ferro 100 I prodotti vanno miscelati solo nell’ordine esposto, far bollire per 30/40 minuti, lasciare poi in riposo per 3 giorni, filtrare e imbottigliare.

5) Inchiostri al campeggio

legno di campeggio 100, cromato di potassa 10, acqua distillata 1000

6) variante di colore azzurro/nero

estratto di campeggio 30, acqua calda (60°) 300, aggiungere poi allume di cromo 24, solfato ferroso 6, carminio di indaco 8, infine destrina 3, acqua, 20

7) economico di antica ricetta

Si lasciano macerare per 3 giorni 125 parti di noci di galla frantumate in 2 litri di acqua piovana (acqua distillata), a parte si fanno sciogliere 50 p. di gomma arabica e 50 di solfato di ferro in 100 p. di acqua piovana, si mescolano poi le 2 soluzioni e dopo 3 giorni, agitando spesso, si scalda all’ebollizione e poi si filtra e si imbottiglia.

8) Inchiostri all’antracene

estratto di sommacco (20° Baumè/o Bè) 1000 gr, estratto di campeggio liquido (a 30° Bè) 75 gr, acqua distillata 4000 gr. questa soluzione va versata in:
destrina gialla 125 gr., solfato di ferro 125 gr., acido fenico 5 gr., acqua 500 gr. Dopo 3 giorni decantare e imbottigliare.

9) Inchiostri colorati e non corrosivi

acido gallico 28 gr., Coloranti (vari a scelta) 6 gr., Cloruro di ferro 30 gr., Acido cloridrico 30 gr., Acido arsenico 1 gr., Fenolo 1 gr., Acqua 100 gr., Glicerina q.b. per la fluidità che si vuole.
Per i colori si possono utilizzare: BLU blu copiativo B o 2b, blu di metilene, ROSSO croceina brillante, eosina s, fucsina, rodamina b, GIALLO auramina 0, VERDE verde all’acido GG, verde brillante cristallizzato, VIOLETTO violetto all’acido 4b, NERO nigrosina neutra.

10) inchiostro ad effetto brillante (nero)

a) cera montana 15%, colofonia 2%, paraffina (a 40° gradi) 3%, carbonato di potassio 0,5%, sapone di Marsiglia 4%, acqua 65%.

b) gommalacca 20%, borace 7%, acqua 75%,

c) nigrosina 5,5%, acqua 25%.

Le 3 soluzioni (a+b+c) vanno preparate separatamente e poi in seguito miscelate con forte agitazione. Poi si imbottiglia.

Per trasformare gli inchiostri colorati o gallotannici o al campeggio in inchiostri copiativi, si aggiunge agli stessi il 3-4% di zucchero o di glucosio o glicerina oppure un miscuglio di queste sostanze assieme.

 

 

Tratto da:

http://www.pennestilografiche.org/inchiostro.asp

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